Gnosis
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Lo scienziato Veronesi esalta gli ermafroditi.
di Francesco Agnoli, Il Foglio, 13 dicembre 2006
Chi ha paura del sesso, del rapporto tra un uomo e una donna? Non i cristiani, che hanno sempre difeso il matrimonio e la procreazione e che lottano perche’ l’eros non diventi thanatos e egoismo, ma forza creativa e diffusiva di se stessa, ma i loro avversari, che hanno disgiunto sesso e procreazione, con la contraccezione, procreazione e sesso, con la fecondazione artificiale. Una paura terribile, tanto che un esponente di punta del laicismo darwinista odierno, come Umberto Veronesi, nel suo ultimo, “La liberta’ della vita” (Raffaello Cortina), auspica che dopo aborto e fecondazione in vitreo venga normalizzata anche la clonazione riproduttiva, e che essa possa diventare il metodo ordinario per la riproduzione. “Il desiderio sessuale – scrive- cesserebbe cosi’ di essere uno dei maggiori elementi di competizione” e “avremmo una societa’ meno lacerata, potremmo azzardare a dire: quasi felice”. In fondo, continua l’illustre oncologo “donna e uomo sono sempre piu’ simili… di fatto siamo degli ermafroditi” e “l’ermafrodita e’ … una sorta di divinita’ che incarna quell’ansia di bisessualita’ che e’ profondamente radicata in noi”.
Di qui, evidentemente, la giustificazione del matrimonio omosessuale, del travestimento, della clonazione da parte di un single e quant’altro.
Preso atto di queste idee, rimane da chiedersi in cosa lo “scienziato” laicista sia diverso dall’esoterista, dallo gnostico antico, dal massone spiritualista, cosi’ attratti, nel loro rifiuto della vita e della realta’, dal mito dell’androgino originario.
In realta’ Veronesi non dice nulla di nuovo:esprime solo una vecchia ansia anticristiana dell’uomo che vuole essere autosufficiente, autonomo, assoluto, sciolto da ogni limite e da ogni rapporto.
LR17;ermafrodita infatti e’ l’uomo-dio che non ha bisogno di nessuno, che crea da solo e che basta totalmente a se stesso: un mito che puo’ nascere solo in chi non crede all’amore, al rapporto, alla donazione, alla complementarieta’, al nostro essere per e con gli altri.
Siamo, in effetti, nell’epoca degli ermafroditi volontari, dei piccoli, dei tristi e solitari: quelle donne o quegli uomini che fanno figli senza una moglie o un marito, come testimoniano i siti tipo man-not-included o women-not-included; quegli omosessuali che fabbricano “famiglie”, col consenso dello stato, in cui manca, semplicemente il presupposto dell’unione.
E cosi’, in realta’, passa in sordina, col benestare di molte femministe, l’attacco gnostico alla donna, datrice di vita: Veronesi e’ simile agli antichi catari che condannavano la riproduzione attraverso il rapporto carnale e che quindi misconoscevano la peculiarita’ del genere femminile; e come con i nuovi catari, Marx ed Engels, quando scrivono che il “maggior ostacolo all’uguaglianza e’ la maternita’, la vocazione delle donne a curare i figli”.
Per Veronesi, per i catari, per Marx, dobbiamo divenire tutti neutri, per uccidere cosi’ la paternita’ e la maternita’, nella carne e nello spirito. Idee, lo ripeto, molto antiche, come l’antico serpente della Genesi.
Le esprime gia’ nel Seicento Gabriel de foigny, nella sua utopia “La terra isolata”.
Generare in solitudine. De Foigny e’ un uomo intemperante , profondamente sensuale, schiavo della sua dissolutezza,e delle sue perversioni. Una schiavitu’, la sua, che lo porta a descrivere un mondo ideale, la terra australe, appunto, abitata da ermafroditi, contenti, perche’ privi di bisogni, di desiderio di completamento, di necessita’: non esseri im-perfetti, in-compiuti, in cammino verso un compimento, ma divinita’ solitarie e autonome, fisicamente e spiritualmente. Costoro possiedono tutto in comune, vivono senza vergognarsi della loro nudita’, eliminano eugeneticamente i figli non ermafroditi, perche’ imperfetti.
Generano in solitudine, in segreto, quasi con vergogna.
Nella terra australe niente leggi, niente infrazioni, niente costrizioni: ma anche niente meriti, niente sacrifici, niente amore, niente vita interiore…
Questo stato di perfezione appare in fondo a Foigny profondamente inutile, piatto: un movimento senza regressi e senza progressi, senza desideri, senza passioni, senza sforzi, senza fedelta’, senza generosita’, in cui il tempo non ha ragione d’essere, sino al momento in cui si decide spontaneamente di scegliere la morte (eutanasia).
Questo popolo, dice Foigny, che tornera’ cattolico e finira’ i suoi giorni in convento, dopo abomini di ogni genere, non e’ veramente felice: non puo’ avere, come noi, la consapevolezza “che la morte non viene per distruggerci, ma piuttosto per dispensarci dal morire e per innalzarci a una piena e eterna beatitudine”, meritata nell’amore e nel rapporto con il prossimo.
Ultimo aggiornamento (Giovedì 13 Marzo 2008 09:47)


















