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  • Alessia : Salmi 63,11 Il giusto gioirà nel Signore e riporrà in lui la sua speranza, i retti di cuore ne trarranno gloria
  • Alessia : anche a te e grazie mille!!!!!!!!!!!!!!
  • serena : :) buon lavoro nella vigna del Signore!!
  • Alessia : :)
  • Lucia : è proprio il caso di dire Gloria a Dio! :) ;)
  • Alessia : Geremia 29,11 Io, infatti, conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo - dice il Signore - progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza.
  • Alessia : buona giornata a tutti!
  • Alessia : Benvenuti a tutti, fra pochi istanti iniziamo la lode del Signore. Buona preghiera
  • Alessia : anche a voi Lucia!
  • Lucia : Buona Pasqua a tutti!

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la Bibbia per bambini: Giuseppe

GIUSEPPE IN EGITTO

Giuseppe, il giovane che i suoi fratelli avevano vendu­to ai mercanti, da questi ul­timi era stato condotto in Egitto e rivenduto a Potifar. Potifar era un uomo importante in Egitto; era il capo delle guardie del Faraone. Egli prese a ben volere Giuseppe, per­ché vedeva che era un giovane serio, attento a svolgere bene il suo lavoro, e allora gli affidò la direzio­ne della sua casa. Giuseppe pensava spesso a casa sua, a suo padre, ora che era schia­vo in un paese straniero. Ma la sua situazione peggiorò ulteriormente quando la moglie di Potifar volle fargli del male e lo accusò, davanti al marito, di essersi comportato in maniera disonesta. Non era vero, ma Potifar credette alla moglie e fece cacciare Giuseppe in prigione. Dopo qualche tempo furono im­prigionati con Giuseppe anche il capo dei coppieri e il capo dei pa­nettieri del Faraone. Questi suoi compagni una notte fecero un so­gno, ma non sapevano interpretar­ne il significato. Fu Giuseppe a dare loro la spiegazione. Il capo dei coppieri raccontò: «Ho sognato una vite con tre tralci sui quali maturavano i grappoli; io presi l'uva, la spremetti nella coppa e la diedi in mano al Faraone». Giusep­pe spiegò: «I tre tralci sono tre gior­ni: fra tre giorni il Faraone ti libererà dalla prigione e ti ridarà la tua cari­ca come prima. E allora, ti prego di ricordarti di me: dì al Faraone che io sono innocente!» lì capo dei panettieri allora rac­contò anch'egli il suo sogno: «Por­tavo sulla testa tre canestri di pane bianco e di dolci per il Faraone, ma gli uccelli calavano sui canestri e ne mangiavano il contenuto». Giusep­pe gli disse: «So che cosa significa. I tre canestri sono tre giorni: fra tre giorni il Faraone deciderà la tua sor­te, e ti farà impiccare». Le cose andarono proprio come Giuseppe aveva detto. Ma il capo dei coppieri si dimenticò di Giusep­pe e non fece nulla per liberarlo. Trascorsero due anni, dopo i quali il Faraone fece un sogno. Gli parve di trovarsi presso il Nilo, il grande fiume da cui dipende la vita dell'Egitto. Dal fiume uscirono pri­ma sette vacche grasse, che si mise­ro a pascolare; poi uscirono sette vacche magre, che divorarono quelle grasse. Sognò ancora sette spighe, belle e piene, che spuntava­no da un unico stelo; ma dopo spuntarono sette spighe vuote, che inghiottirono quelle piene. Quando si svegliò, il Faraone convocò tutti i sapienti del suo re­gno perché gli spiegassero i due so­gni, ma nessuno lo seppe fare. Allo­ra il capo coppiere si ricordò di Giu­seppe, e disse al Faraone: «Ho conosciuto in carcere un giovane ebreo, che interpretò esattamente un mio sogno». Il Faraone mandò a chiamare Giuseppe, gli narrò quello che ave­va sognato e Giuseppe gli disse: «I due sogni hanno uno stesso signifi­cato: Dio ti fa sapere quello che sta per accadere. Il paese d'Egitto co­noscerà sette anni di abbondanza, cui seguiranno sette anni di carestia. Provvedi dunque a trovare un uomo intelligente e capace, che rac­colga tanti viveri durante i primi set­te anni, da distribuire poi nei sette anni di carestia, quando altrimenti non ci sarà nulla da mangiare». Il Faraone rispose: «Hai parlato bene, e Dio è con te perché ti ha rivelato tutte queste cose. Tu dun­que sei l'uomo adatto. Ecco: io ti do ogni potere, e tutti in Egitto do­vranno obbedire a te; dopo di me, tu sarai l'uomo più importante del regno». E così Giuseppe divenne vi­ceré dell'Egitto; il Faraone gli dette il suo anello, lo rivestì di abiti lus­suosi e gli mise intorno al collo un monile d'oro. Durante i sette anni di abbondan­za Giuseppe ammassò ogni quanti­tà di grano e di altri viveri, sicché quando venne la carestia in Egitto nessuno soffriva la fame, anzi veni­vano anche dai paesi vicini a com­perare grano. Lo stesso fecero i fra­telli di Giuseppe, perché la carestia si era abbattuta anche nella terra di Canaan. Essi non sapevano quale sorte era toccata a Giuseppe, e quando si presentarono davanti a lui, poiché egli era vestito all'egizia­na, non lo riconobbero. Li riconobbe però Giuseppe il quale, senza parere, si informò di loro e di come stesse il padre Gia­cobbe e il fratello minore Beniami­no; anzi, con un pretesto, li costrin­se a tornare una seconda volta, portando Beniamino con sé. Quando li ebbe tutti davanti, Giuseppe si commosse profonda­mente e decise che era il momento di farsi riconoscere. Disse: «Io sono Giuseppe, il vostro fratello che voi avete venduto. Ma ora non temete e non rattristatevi, perché è stato il Signore a disporre che io venissi qui prima di voi, per permettere che tutta la nostra famiglia sopravviva alla carestia». I fratelli, a quella rivelazione, fu­rono presi da grande paura perché temevano che Giuseppe si vendicasse di loro. Ma egli li rassicurò di nuovo e disse: «La carestia durerà ancora cinque anni; andate dunque a prendere mio padre, e le vostre mogli e i vostri figli e trasferitevi in Egitto: io vi darò una terra dove po­trete vivere in pace». Genesi 39-45.

1

GLI EBREI VANNO IN EGITTO Genesi 46

Giuseppe, il viceré d'Egitto, voleva che tutti i suoi familiari si salvassero dalla carestia; per questo dovevano trasferirsi dalla terra di Canaan, dove abitavano, in Egitto, dove egli poteva assicurare loro il necessario per vivere. Suo padre, il vecchio Giacobbe, si chiese se era bene lasciare la terra di Canaan, quella terra che il Signo­re Dio aveva promesso a lui e ai suoi discendenti. Giacobbe non sapeva come comportarsi; ma il Signore Dio gli venne in aiuto. Una notte, Giacob­be ebbe una visione e Dio gli disse: «Io sono il Signore, Dio di tuo pa­dre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un grande popolo, e un giorno io farò tornare il tuo grande popolo in que­sta terra di Canaan». Giacobbe allora radunò tutti i suoi figli, le loro mogli e i loro bam­bini, con il bestiame e tutte le altre ricchezze che si erano acquistati nel­la terra di Canaan, e scese in Egitto. Gli Ebrei che scesero in Egitto era­no in tutto settanta persone. Gia­cobbe si fece precedere dal figlio Giuda, il quale si recò da Giuseppe ad annunciargli l'arrivo di tutta la famiglia di Giacobbe, in accordo con i suoi desideri.

2

GIACOBBE E IL FARAONE Genesi 47

Settanta persone, l'intera famiglia di Giacobbe giunsero in Egitto. Giu­seppe, che non vedeva il padre da molti anni, fece attaccare il suo car­ro e gli andò incontro. Appena Giuseppe vide il padre, gli si gettò al collo e pianse a lungo dalla commozione. Giacobbe era non meno commosso, e gli disse: «Ora posso anche morire, perché ho visto che sei ancora vivo!» Giuseppe annunciò: «Vado ora ad informare il Faraone in persona dell'arrivo di mio padre e dei miei fratelli con le mogli e i figli». Il Faraone disse a Giuseppe: «Il paese d'Egitto è a tua disposizione: fa' risiedere tuo padre e i tuoi fratelli con le loro mogli e i loro figli nella parte migliore del paese, nella fertile terra di Gosen». Poi il vecchio Giacobbe fu intro­dotto alla presenza del Faraone d'Egitto. «Quanti anni hai? » gli chie­se il Faraone. «Centotrenta» rispose Giacobbe «trascorsi in una vita erra­bonda, tra molte difficoltà». Giacobbe e i suoi figli si stabiliro­no nella terra di Gosen, in Egitto, dove poterono continuare la loro attività di pastori e allevatori di be­stiame. E Giuseppe non mancava di provvedere alle loro necessità.

3

LA VISIONE DI GIACOBBE Genesi 48

Un giorno Giacobbe-Israele mandò a chiamare suo figlio Giuseppe, vi­cerè d'Egitto, e gli riferì una visione che aveva avuto molti anni prima. Gli disse: «Quand'ero nella terra di Canaan, il Signore mi apparve, mi benedisse e mi fece una promes­sa dicendo: tu avrai una numerosa discendenza, i figli dei tuoi figli di­venteranno un popolo, e a quel po­polo io darò questo paese. Ricorda­lo dunque, tu e i tuoi fratelli e i vo­stri figli dopo di voi: il Signore vi ha promesso la terra di Canaan, e là un giorno vi farà tornare!»

4

5

GIUDA IL GIOVANE LEONE Genesi 49

Giacobbe-Israele, prima di morire, parlò ai suoi figli del loro futuro. Chiamò insieme Simeone e Levi, per dire loro che sarebbero stati di­visi e dispersi, perché si erano la­sciati prendere dalla collera ed erano stati violenti e crudeli. L'annuncio più sorprendente, però, Giacobbe lo fece a Ruben e a Giuda. A Ruben disse: «Tu sei il mio fi­glio maggiore, fiero e forte, bollente come l'acqua. Ma tu non sarai il più importante tra i tuoi fratelli, perché un giorno hai offeso tuo padre». A Giuda disse: «Sarai tu il più im­portante. Tu sei come un giovane leone: sottometterai i tuoi nemici, e anche i tuoi fratelli si inchineranno a te. Il bastone del comando resterà saldamente nelle tue mani, fino a quando verrà colui al quale esso appartiene, colui al quale tutti i po­poli obbediranno». Molti da allora si sono chiesti chi fosse quel discendente di Giuda, a cui appartiene il bastone del co­mando, colui destinato a guidare tutti i popoli. Molti secoli dopo si è capito che Giacobbe-Israele inten­deva parlare del Messia, il Signore Gesù, mandato da Dio a salvare il mondo intero.

6

EFRAIM E MANASSE Genesi 48

Dopo essersi stabilito con tutta la fa­miglia nella terra di Gosen, Giacob­be mandò a chiamare il figlio Giu­seppe, viceré d'Egitto, per ringra­ziarlo ancora una volta del bene che aveva fatto alla sua famiglia, salvata dalla carestia. Come segno di riconoscenza Gia­cobbe volle adottare come propri i due figli di Giuseppe Efraim e Ma­nasse, che erano nati in Egitto e che erano ancora ragazzi. «Essi saranno figli miei» disse «e avranno l'eredità al pari degli altri miei figli: l'eredità della terra che il Signore ha promesso di dare ai miei discendenti». Volle poi che i due ragazzi si avvicinassero: li abbracciò, li baciò e li benedisse. Nella benedi­zione pose le proprie mani sul loro capo: incrociando le braccia, pose la mano destra sul capo di Efraim, che era il figlio minore, e la sinistra, la meno importante, su Manasse, il primogenito. Giuseppe volle correggere il pa­dre, e gli fece notare che doveva scambiare le mani per mettere la destra sul capo del figlio maggiore; ma Giacobbe non volle. «Anche se è il figlio minore, Efraim avrà una discendenza più numerosa, più pro­spera e potente di Manasse».

7

 

 

GIACOBBE PREDICE IL FUTURO DEI SUOI FIGLI Genesi 49

Il vecchio Giacobbe, chiamato an­che Israele, un giorno chiamò i suoi figli e disse: «Radunatevi, perché io vi annunci quello che accadrà nei tempi futuri. Radunatevi, figli di Giacobbe, e ascoltate Israele vostro padre». Uno per uno essi passarono davanti a lui, e di ciascuno di loro egli manifestò qualche caratteristica, che sarebbe divenuta evidente nei loro rispettivi discendenti, una volta tornati nella terra di Canaan pro­messa dal Signore. A Issacar disse: «Tu sei robusto come un asino, e ti adatterai a sop­portare la dominazione dei nemici». A Nèftali disse: «Tu sei agile come una cerva, che sarà madre di bei cerbiatti». A Beniamino, l'ultimogenito dei suoi figli, disse: «Tu somigli a un lupo che sbrana la preda». A Zàbulon disse: «Tu abiterai lun­go la riva del mare, dove approde­ranno le navi.» A Aser disse: «Tu abiterai in una regione fertile, ricca di grano con cui si farà un pane degno del re». A Giuseppe disse: «Tu sei come il germoglio di un albero, verdeggian­te perché le sue radici sono presso una fonte d'acqua. Dio onnipotente ti aiuti e ti benedica!»

5

GIUDA IL GIOVANE LEONE Genesi 49

Giacobbe-Israele, prima di morire, parlò ai suoi figli del loro futuro. Chiamò insieme Simeone e Levi, per dire loro che sarebbero stati di­visi e dispersi, perché si erano la­sciati prendere dalla collera ed erano stati violenti e crudeli. L'annuncio più sorprendente, però, Giacobbe lo fece a Ruben e a Giuda. A Ruben disse: «Tu sei il mio fi­glio maggiore, fiero e forte, bollente come l'acqua. Ma tu non sarai il più importante tra i tuoi fratelli, perché un giorno hai offeso tuo padre». A Giuda disse: «Sarai tu il più im­portante. Tu sei come un giovane leone: sottometterai i tuoi nemici, e anche i tuoi fratelli si inchineranno a te. Il bastone del comando resterà saldamente nelle tue mani, fino a quando verrà colui al quale esso appartiene, colui al quale tutti i po­poli obbediranno». Molti da allora si sono chiesti chi fosse quel discendente di Giuda, a cui appartiene il bastone del co­mando, colui destinato a guidare tutti i popoli. Molti secoli dopo si è capito che Giacobbe-Israele inten­deva parlare del Messia, il Signore Gesù, mandato da Dio a salvare il mondo intero.

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EFRAIM E MANASSE Genesi 48

Dopo essersi stabilito con tutta la fa­miglia nella terra di Gosen, Giacob­be mandò a chiamare il figlio Giu­seppe, viceré d'Egitto, per ringra­ziarlo ancora una volta del bene che aveva fatto alla sua famiglia, salvata dalla carestia. Come segno di riconoscenza Gia­cobbe volle adottare come propri i due figli di Giuseppe Efraim e Ma­nasse, che erano nati in Egitto e che erano ancora ragazzi. «Essi saranno figli miei» disse «e avranno l'eredità al pari degli altri miei figli: l'eredità della terra che il Signore ha promesso di dare ai miei discendenti». Volle poi che i due ragazzi si avvicinassero: li abbracciò, li baciò e li benedisse. Nella benedi­zione pose le proprie mani sul loro capo: incrociando le braccia, pose la mano destra sul capo di Efraim, che era il figlio minore, e la sinistra, la meno importante, su Manasse, il primogenito. Giuseppe volle correggere il pa­dre, e gli fece notare che doveva scambiare le mani per mettere la destra sul capo del figlio maggiore; ma Giacobbe non volle. «Anche se è il figlio minore, Efraim avrà una discendenza più numerosa, più pro­spera e potente di Manasse».

 

7

LA MORTE DI GIACOBBE Genesi 47-50

Giacobbe-Israele si sentiva ormai giunto al termine della sua vita ter­rena. Chiamò Giuseppe e gli disse: «Quando sarò morto, portami via dall'Egitto e seppeliscimi nel sepol­cro dei miei antenati». «Farò come hai detto» rispose Giuseppe; ma Giacobbe voleva es­serne proprio sicuro; per questo ag­giunse: «Giuramelo!» Giuseppe lo giurò. Il sepolcro era la caverna di Ma­cpela, presso Ebron, nella terra di Canaan. Era una caverna che Abra­mo aveva comperato per darvi sepoltura a sua moglie Sara, e là era­no poi stati sepolti lo stesso Abramo, Isacco e sua moglie Rebecca, e la prima moglie di Giacobbe, Lia. Quando Giacobbe-Israele morì, in tutto l'Egitto si fece lutto per set­tanta giorni, perché era morto il pa­dre del viceré. Trascorsi quei giorni, Giuseppe si fece dare il permesso dal Faraone di andare a seppellire suo padre nella terra di Canaan. Con lui andarono i suoi figli e i suoi dipendenti, i suoi fratelli con le loro famiglie, i ministri e i consiglieri del Faraone, con i carri e i cavalieri. Fu una carovana imponente, che accompagnò il corpo di Giacobbe a Ebron, e poi tornò in Egitto.

 

8

GIUSEPPE IL GIUSTO E I FRATELLI Genesi 50

Dopo che Giacobbe fu sepolto, i suoi figli furono presi da paura nei confronti del loro fratello Giuseppe. Essi, tanto tempo prima, lo avevano venduto schiavo, ed egli aveva do­vuto molto soffrire per questo: era stato portato in un paese straniero, era stato accusato ingiustamente, era stato messo in carcere. Poi era divenuto un uomo impor­tante: addirittura il viceré d'Egitto, ma certo, essi pensavano, non ave­va dimenticato il male ricevuto da loro. Se non li aveva puniti, anzi li aveva salvati dalla carestia, era stato, pensavano, per riguardo al loro comune padre. Ma ora che egli era morto, nulla lo avrebbe più tratte­nuto dal vendicarsi su di loro per il male ricevuto. Per questo i fratelli mandarono a dirgli: «Prima di morire, nostro pa­dre ti ha chiesto di perdonarci»; Poi andarono a gettarsi ai suoi piedi di­cendo: «Siamo tuoi schiavi!» Giuseppe si commosse profonda­mente e disse loro: «Non abbiate paura. Spetta a Dio distribuire pre­mi e castighi: sono io forse al posto di Dio? Anzi, il Signore nostro Dio dal male ha ricavato il bene, perché per mezzo mio vi ha mantenuto in vita e vi ha fatto crescere!»

LA MORTE DI GIACOBBE Genesi 47-50

Giacobbe-Israele si sentiva ormai giunto al termine della sua vita ter­rena. Chiamò Giuseppe e gli disse: «Quando sarò morto, portami via dall'Egitto e seppeliscimi nel sepol­cro dei miei antenati». «Farò come hai detto» rispose Giuseppe; ma Giacobbe voleva es­serne proprio sicuro; per questo ag­giunse: «Giuramelo!» Giuseppe lo giurò. Il sepolcro era la caverna di Ma­cpela, presso Ebron, nella terra di Canaan. Era una caverna che Abra­mo aveva comperato per darvi sepoltura a sua moglie Sara, e là era­no poi stati sepolti lo stesso Abramo, Isacco e sua moglie Rebecca, e la prima moglie di Giacobbe, Lia. Quando Giacobbe-Israele morì, in tutto l'Egitto si fece lutto per set­tanta giorni, perché era morto il pa­dre del viceré. Trascorsi quei giorni, Giuseppe si fece dare il permesso dal Faraone di andare a seppellire suo padre nella terra di Canaan. Con lui andarono i suoi figli e i suoi dipendenti, i suoi fratelli con le loro famiglie, i ministri e i consiglieri del Faraone, con i carri e i cavalieri. Fu una carovana imponente, che accompagnò il corpo di Giacobbe a Ebron, e poi tornò in Egitto.

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GIUSEPPE IL GIUSTO E I FRATELLI Genesi 50

Dopo che Giacobbe fu sepolto, i suoi figli furono presi da paura nei confronti del loro fratello Giuseppe. Essi, tanto tempo prima, lo avevano venduto schiavo, ed egli aveva do­vuto molto soffrire per questo: era stato portato in un paese straniero, era stato accusato ingiustamente, era stato messo in carcere. Poi era divenuto un uomo impor­tante: addirittura il viceré d'Egitto, ma certo, essi pensavano, non ave­va dimenticato il male ricevuto da loro. Se non li aveva puniti, anzi li aveva salvati dalla carestia, era stato, pensavano, per riguardo al loro comune padre. Ma ora che egli era morto, nulla lo avrebbe più tratte­nuto dal vendicarsi su di loro per il male ricevuto. Per questo i fratelli mandarono a dirgli: «Prima di morire, nostro pa­dre ti ha chiesto di perdonarci»; Poi andarono a gettarsi ai suoi piedi di­cendo: «Siamo tuoi schiavi!» Giuseppe si commosse profonda­mente e disse loro: «Non abbiate paura. Spetta a Dio distribuire pre­mi e castighi: sono io forse al posto di Dio? Anzi, il Signore nostro Dio dal male ha ricavato il bene, perché per mezzo mio vi ha mantenuto in vita e vi ha fatto crescere!»

 

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 25 Febbraio 2009 16:55)

 
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