Diritto a non soffrire: ma per chi?
Il diritto a non soffrire. Del figlio o degli adulti?
da avvenire.it
Abortire un bambino Down dovrebbe essere ammesso per un diritto dello stesso figlio in grembo a «non soffrire». Diritto a non soffrire assicurato "in qualche modo" anche al figlio, si teorizza. Che però ci si chini sul ventre di una donna, e diagnosticando una malattia si pratichi l'aborto affermando di difendere il figlio, è una notevole manipolazione della realtà. Quel figlio nel buio non può esprimere una volontà, ma tutto il suo essere, il crescere, il formarsi del cuore e dei polmoni e delle mani, tende alla vita: questa è un'evidenza. Meglio per te se non nasci, bambino, gli si vorrebbe dire, difettoso come sei. Ti eliminiamo, per liberarti dal tuo male.
Il diritto a non soffrire. Del figlio o degli adulti?
da avvenire.it
Il dramma del duplice aborto delle gemelle di Milano ha sollevato brutalmente la questione della ammissibilità di sopprimere un figlio malato. Il sacrificio della gemella perfetta - e non dell'altra, che non avrebbe interessato nessuno - ha posto la domanda su quale limite segni e scandisca il diritto a nascere di una creatura malformata. Sulla Stampa, Michele Ainis rilegge la 194 e ammette che non è vi è garantito un diritto a avere figli sani; è garantito, invece, afferma, un «diritto a non soffrire». E non solo alla madre, cui la 194 consente di tirarsi indietro nell'evenienza di una grave minaccia fisica o psichica alla sua salute derivanti da «rilevanti anomalie» del bambino. Secondo Ainis, questo diritto verrebbe assicurato «in qualche modo anche al nascituro». Cioè, abortire un Down dovrebbe essere ammesso per un diritto dello stesso figlio in grembo a «non soffrire». E viene citato il caso Perruche, il bambino cui i giudici francesi hanno assegnato un risarcimento - a lui, non ai suoi genitori - per essere nato malformato. Diritto a non soffrire assicurato "in qualche modo" anche al figlio, si teorizza. In qualche modo, appunto: cioè, a spanne, perché la legge italiana di questo presunto diritto non parla affatto, e le sentenze della Cassazione lo hanno negato. Il diritto non cambia nell'eco di una sentenza straniera. Il sentire comune sì, però, ed è proprio questo il senso della affermazione, sul piano giuridico fantasiosa, del corsivo della Stampa. Se altrove il diritto del nascituro a "non soffrire" è già operante, perché non da noi? E uno sguardo superficiale, manipolato dal sentimentalismo mediatico, facilmente potrebbe consentire. Senonché, questo immaginario diritto di fatto coincide con la soppressione del nascituro malformato. In effetti, non nascere è il modo più sicuro per non soffrire. Tuttavia, non fare nascere un uomo è la negazione più totale del suo diritto fondamentale, che è vivere. Che il nulla, l'annichilimento siano preferibili, nella c ultura corrente, al nascere malati, è comprensibile. Che però ci si chini sul ventre di una donna, e diagnosticando una malattia si pratichi l'aborto affermando di difendere il figlio, è una notevole manipolazione della realtà. Quel figlio nel buio non può esprimere una volontà, ma tutto il suo essere, il crescere, il formarsi del cuore e dei polmoni e delle mani, tende alla vita: questa è un'evidenza. Meglio per te se non nasci, bambino, gli si vorrebbe dire, difettoso come sei. Ti eliminiamo, per liberarti dal tuo male. E il bisturi lacera, strappa, sradicando caritatevolmente ogni possibilità di un futuro dolore. Futuro dolore, però, di quel figlio, o invece di chi lo pretendeva sano, e si ritrova con un handicappato tra le braccia? Nella sentenza sulla vicenda della coppia portatrice di talassemia che chiedeva la selezione degli embrioni sani, e quindi un aborto eugenetico, il giudice negando il suo consenso scrisse: «Non si difende in realtà alcun figlio, ma la propria volontà di averne uno conforme ai propri desideri». Parole nette, che non ne chiedono altre. Solo, un dubbio: a noi più o meno sani, a noi "normali", chi garantirà il diritto a non soffrire? Chi tutelerà questo diritto all'uomo nato perfetto, ma colpito poi da un'irrimediabile malattia? Se esiste un diritto a non soffrire, non dovremmo averlo tutti, e quale è il limite della sofferenza tollerabile, e a chi far causa, chi citare per danni, quando la sofferenza illegalmente ci tocca? Cosa teorizzare allora, l'eutanasia per chiunque la chieda, o il suicidio come clausola cui appellarsi quando il certificato «diritto a non soffrire» sia violato? L'unica certezza, è che un mondo che teorizza un diritto a non soffrire fino a giustificare di non far nascere, è tacitamente avviato al suo declino.
articolo di Marina Corradi
Ultimo aggiornamento (Giovedì 30 Agosto 2007 10:59)


















